(Red) – Sono trascorsi appena diciotto mesi circa dall’insediamento di Vicinanza, e della sua anonima giunta, al governo della città che, in questo particolare momento storico del suo cammino, appare come un’amministrazione stanca e svogliata, quasi come se fosse arrivata a fine consiliatura, quasi incapace a percorrere in scioltezza “l’ultimo miglio”. A dire il vero, sin dai primi giorni del suo insediamento, Vicinanza non è mai riuscito ad entusiasmare nessuno, e se putacaso dovessimo ritrovarci a dover serenamente redigere un giudizio politico, sul resoconto sulle attività amministrative sin qui svolte, potremmo decisamente giudicarlo “Eccellente”, solo ed esclusivamente, nelle sue pregevoli “perfomance inaugurali” dei progetti realizzati, e giunti a buon fine, predisposti e varati dall’amministrazione di CDX che lo ha preceduto. Infatti, Vicinanza, dopo i “siluri” di Corrado e Ruotolo passa al contrattacco mobilitando tutta la sua cavalleria, ormai sparuta, dei “Cento Saggi” che lo sostennero nell’ottenere la candidatura ma diventati ormai talmente pochi da riuscire a stento a comporre un tavolo per giocare a Poker in questo periodo natalizio. Considerata la pochezza incisiva del peso politico, l’ex Direttore dell’Espresso ha sollecitato molti ex-colleghi di lavoro che, giulivi e compatti, sono scesi in trincea per difenderne le posizioni acquisite, al netto del “sentimento di riconoscenza” di qualcuno. Ma chi conosce bene la politica sa bene che, questi artifizi messi in campo, a poco servono per mantenere integre posizione e ruolo; quello che conta è il risultato che emergerà dalla “faida interna tutta Piddina” anche alla luce della costituenda giunta regionale. A tal proposito, e con l’intento di fare chiarezza sulla questione stabiese Mario D’Apuzzo ha detto:
“Rimango sinceramente sconcertato da quanto ho letto e continuo a leggere sulla stampa in questi giorni. Un racconto che, nel dichiarato tentativo di difendere il Sindaco Vicinanza, finisce per alterare la realtà dei fatti e, soprattutto, per assolvere politicamente una classe dirigente che ha compiuto scelte precise, consapevoli e oggi drammaticamente sotto gli occhi di tutti.
Sono pienamente consapevole che esprimere questa posizione mi attirerà antipatie, in particolare da parte di chi invoca l’“andare avanti” come unica risposta possibile a una crisi evidente. Ma la mia coscienza, prima ancora del ruolo che ricopro, mi impone di dire ciò che penso, anche – e soprattutto – quando è scomodo. E ciò che leggo, francamente, mi destabilizza. Profondamente.
L’articolo pubblicato su la Repubblica Napoli descrive una città che si mobilita attorno al Sindaco Vicinanza, dipinto come “argine ai clan”, quasi fosse una vittima sacrificale di un sistema che altri avrebbero generato. Una narrazione suggestiva, ma che non regge alla prova dei fatti.
Tutti conoscono la mia opinione su Sandro Ruotolo e su chi anima le sue esternazioni pubbliche su Castellammare. Ma qui non è in discussione alcuna simpatia o antipatia personale. Qui si impone la necessità, non più rinviabile, di ristabilire un minimo di equilibrio tra i fatti e le responsabilità politiche.
Il centrosinistra stabiese, nel tentativo di vincere – anzi, di stravincere – ha scelto consapevolmente la strada dell’“ammucchiata”. Prima ci si è stretti attorno a un ottimo giornalista, vanto indiscusso della nostra città. Poi si è compiuto un passo ulteriore: si è invitato a candidarsi anche colui che, a sinistra, viene tradizionalmente indicato come paladino della legalità.
Il famoso “bollino di garanzia” è stato così impresso su una coalizione costruita non sulla selezione rigorosa, ma su un allargamento indiscriminato, reso possibile dalla presenza di una figura chiamata a fungere da elemento rassicurante e da schermo simbolico.
Il ragionamento, semplice quanto pericoloso, fu il seguente: il centrodestra era indebolito dallo scioglimento, il momento appariva favorevole, bisognava approfittarne. “Tutti dentro”, si disse. “Vinciamo e poi vediamo”.
Ebbene, quel “poi vediamo” è arrivato.
Oggi assistiamo a un tentativo maldestro di riscrivere la storia. Quando quel sigillo di garanzia non è più funzionale – anzi, diventa persino controproducente – viene ridimensionato, se non addirittura sconfessato, dal cosiddetto fuoco amico. Ma la memoria, per quanto corta, può e deve essere sollecitata.
Prima della chiusura delle liste, il problema della presenza di candidati oggettivamente impresentabili fu posto con chiarezza. La risposta fu inequivocabile: minacce di uscita dalla coalizione da parte di esponenti autorevolissimi della sinistra, qualora si fosse proceduto a esclusioni. Si decise, scientemente, di andare avanti nonostante tutto.
E non può essere rimossa la responsabilità di quanti organizzarono pubblici dibattiti piegandoli alle esigenze del Sindaco, imponendo consapevolmente che si svolgessero senza confronto e senza contraddittorio. Non fu una scelta casuale, ma una precisa strategia per evitare che emergessero questioni che già in campagna elettorale affioravano con forza e in modo inequivocabile.
Il confronto venne scientemente sterilizzato per proteggere un impianto politico fragile, costruito sull’elusione delle domande scomode e sulla rimozione preventiva del dissenso.
A me è stato insegnato un principio elementare: quando si compiono delle scelte, occorre assumerne la responsabilità. Sempre. Quando producono risultati positivi e, a maggior ragione, quando generano conseguenze negative.
Per questo trovo inaccettabile l’idea che oggi debbano essere proprio i “saggi” ad assolvere politicamente il Sindaco rispetto a decisioni che sono state il frutto di un vero e proprio delirio collettivo. Non è eticamente, moralmente né politicamente corretto accontentarsi di una mera epurazione, come se bastasse recidere qualche ramo per salvare un albero ormai compromesso.
Mi spaventa – e lo dico con assoluta franchezza – l’idea che l’estromissione di coloro che sono stati coinvolti, direttamente o indirettamente, nelle indagini venga presentata come garanzia sufficiente dell’impermeabilità del nostro ente comunale agli attacchi della criminalità organizzata. Non è così. Non lo è mai stato.
Se davvero si vuole difendere Castellammare, non servono club esclusivi di consigliori né narrazioni auto-assolutorie. Serve il coraggio di azzerare tutto, di recidere ciò che va reciso e di restituire la parola agli stabiesi finché c’è ancora tempo. La vera terapia per questa città non è chiudersi in cerchi ristretti, ma coinvolgere direttamente i cittadini, chiamandoli uno ad uno a prendersi cura della propria comunità.”








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