(Redazione) – Castellammare di Stabia si ritrova ancora una volta trascinata all’interno di una vicenda che racconta molto più di un’inchiesta giudiziaria. L’operazione della DDA di Napoli contro il clan D’Alessandro ha messo in luce un sistema di potere che continua a vivere, respirare e riproporsi, nonostante anni di arresti, processi e molteplici proclami di “rinascita”. Undici misure cautelari, accuse pesanti, appalti controllati, affari sporchi che toccano perfino servizi essenziali.

E mentre la magistratura fa ciò che la politica non ha mai avuto il coraggio di fare, la città si ritrova davanti a una realtà che non si può più ignorare: il confine tra criminalità e politica, a Castellammare, è troppo spesso diventato un territorio di confusione, vicinanze familiari, frequentazioni opache e silenzi imbarazzati. Si può continuare a ripetere che le amicizie non sono reato, che una parentela non è una condanna. Ed è vero: giuridicamente non lo sono.

Ma politicamente lo sono eccome, in particolare poi quando sussistono frequentazioni consolidate e rapporti di carattere economico e elettoralistico.

Quando poi un’inchiesta antimafia lambisce, anche solo indirettamente, chi ruota intorno al Consiglio Comunale, quando dalle carte emergono nomi, parentele e contesti pseudo – imprenditoriali che sfiorano Palazzo Farnese, la politica ha il dovere di reagire. Subito! Senza timidezze. Senza nascondersi dietro le solite formule di rito.

Ed è proprio qui che nasce il problema che porta il cittadino a chiedersi: dov’è il Sindaco? Un quesito legittimo perché, fino a questo momento, si è visto solo molto imbarazzo, qualche dichiarazione di circostanza e pochissima assunzione di responsabilità.

Il minimo sindacale sarebbe stato quello di chiedere alla Prefettura l’invio della Commissione d’Accesso. E invece? Nulla, a Castellammare vige la regola del silenzio.

In qualsiasi altra città normale, davanti ad un’ordinanza giudiziaria che disegna un quadro tanto grave e tanto vicino all’Amministrazione, il Sindaco avrebbe già chiesto al Prefetto l’invio della Commissione d’Accesso. Non di certo per un moto di eroismo, ma perché questo è ciò che impone il ruolo, quel ruolo mirato a tutelare l’Ente, a proteggere la comunità e per dimostrare che l’attività amministrativa svolta nella Casa Comunale è stata limpida e trasparente.

In questo caso, piuttosto, si assiste a uno scenario ormai sin troppo noto: minimizzare, spostare l’attenzione, nella speranza che passi la tempesta senza fare nulla. Un atteggiamento simile non è soltanto politicamente inadeguato: è molto pericoloso. Perché quando la criminalità organizzata si muove a questi livelli, lo fa sempre approfittando degli spazi lasciati “colpevolmente” vuoti dalla politica. E oggi quei vuoti ci sono. Chiedere l’invio della Commissione d’Accesso non significherebbe accusare nessuno, né ammettere colpe.

Questo atteggiamento manifesterebbe, tuttavia, un dato molto importante e preciso e cioè la grande fiducia ed il profondo rispetto che il Sindaco nutre per le Istituzioni che rappresenta. Che non teme la verità. Che non accetta neanche l’ombra del minimo sospetto di un’eventuale o presunta influenza mafiosa sul percorso amministrativo. E invece, ciò che la città e gli stabiesi percepiscono oggi è una preoccupante volontà di non disturbare un equilibrio, come se la trasparenza rappresentasse un fastidio, un rischio che potrebbe determinare una perdita di consenso.                    La politica non può continuare a nascondersi dietro la giustificazione del “non è reato”. A Castellammare si è ormai superato, e da tempo, il punto in cui si può convincere che basti la differenza tra responsabilità penale e responsabilità politica.

Il luogo comune del “non è reato” non basta più.

Non convince più. Non tutela più nessuno. E chi amministra una città che ha subito svariati commissariamenti, scioglimenti (anche se discutibili e disarmati nelle sedi giudiziarie) e controlli su controlli, non può permettersi il lusso di rimanere ingessato nell’ambiguità.

Basta una vicinanza sbagliata, una frequentazione infelice, un silenzio di troppo per trascinare l’intera Città nell’ennesimo baratro di sospetti e delegittimazione. Ed è proprio questo che oggi sta accadendo. Il Sindaco, questa volta non ha un alibi solido e nemmeno credibile, Castellammare non può continuare a subire ancora l’inerzia della sua classe dirigente. Una città che lotta da decenni contro tentate e/o presunte infiltrazioni e zone grigie non può essere governata con la logica del “facciamo finta di niente” per il quieto vivere, tanto la responsabilità è solo di chi tiene il problema. E ricorrere ai riti apotropaici serve a ben poco, in questa delicata fase occorre essere operativi, decisi e concreti. Pertanto, la richiesta dell’invio della Commissione d’Accesso non è un’opzione: è un dovere politico, morale, istituzionale. E chi ha seriamente a cuore le sorti di questa città lo sa bene.

Per questi motivi la domanda, ricorrente in questa giornata, è semplice ed inevitabile: ma il Sindaco vuole davvero proteggere la città o preferisce tutelare qualche già labile e traballante equilibrio politico? Perché è in questo passaggio, più che mai fondamentale, che si misura la differenza tra chi guida l’Amministrazione Pubblica con alto senso di responsabilità Istituzionale e chi occupa semplicemente una poltrona tanto per…….. Castellammare merita chiarezza. Merita coraggio istituzionale. Merita una guida che non abbia paura di guardare in faccia la realtà affrontandola.

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