(C.S) – “Il sipario si è chiuso e le luci si sono spente, ma ciò che resta non è una città più unita, bensì l’ennesima rappresentazione di un potere che si guarda allo specchio e si applaude da solo. L’evento al Supercinema non è stato un confronto né un atto di coraggio politico: è stato un esercizio di autocompiacimento, una liturgia narcisistica in cui l’amministrazione ha scelto di parlare di sé, evitando accuratamente di parlare alla città.

Superbia, prima di tutto. Quella di chi si presenta come vittima di oscuri attacchi, ma non trova il tempo – né l’umiltà – per ammettere un errore, spiegare un fallimento o chiarire una scelta. Nessuna parola sui fondi persi, nessuna assunzione di responsabilità, nessun chiarimento sulle zone d’ombra. Solo un video patinato, una sequenza di nastri tagliati: come se governare fosse un collage di inaugurazioni e non il peso quotidiano delle decisioni.

Poi la supponenza. Quella di chi scambia una platea di addetti ai lavori per consenso popolare. La sala era piena, sì, ma di figure istituzionali, fedelissimi e “pensionati” della politica. Mancava chi lavora, chi rischia, chi produce. Mancavano gli imprenditori, gli artigiani, i commercianti. Mancavano gli studenti e i giovani: quelli che dovrebbero rappresentare il futuro e che invece non si riconoscono in questo racconto autoreferenziale. Mancava Castellammare. Quella vera.

E infine il livore, mascherato da appello alla “dignità del dibattito politico”. Parole nobili, svuotate però dal tono e dal contesto. Perché non c’è dignità nel rifiuto sistematico del confronto, né nel liquidare le critiche come semplici tentativi di screditamento. La critica è il sale della democrazia; respingerla con fastidio è il primo sintomo di un potere che non ascolta più.

Questa amministrazione appare sempre più incapace di leggere la realtà che governa. Incapace di coinvolgere chi non fa parte del perimetro del consenso già acquisito; incapace persino di percepire il distacco crescente tra Palazzo Farnese e la città reale. Una distanza che non si colma con una sala piena una sera, ma con risposte concrete ogni giorno.
Alla fine, il grande assente non è stato un nome o una categoria: è stata la città viva, quella che affronta problemi, precarietà e occasioni mancate. Senza quella città, ogni applauso suona vuoto. Ogni celebrazione sa di occasione persa. Ogni proclama di forza rivela, in controluce, una fragilità profonda”
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